Riflessioni.

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Ultimamente mi sono trovata a riflettere un pochino sul corso della mia vita. Mi sono ritrovata a riflettere sul perché tante cose sono cambiate. Ho cercato di trovare motivazioni alle mie crisi d’ansia,  al mio malessere, al mio nervosismo crescente, al mio non sentirmi mai del tutto in una dimensione che mi appartenga.

Di sicuro di me tutto si può dire,  tranne che dai 28 anni in su abbia avuto una vita facile. Mi sono messa con un pazzo violento, me lo sono pure sposata per paura e per “obbligo morale” e per interferenze esterne. Ho vissuto mesi di terrore,  con una bambina piccola da proteggere, con la sua famiglia del cazzo che tutto ha fatto pur di non riprenderselo a casa, lasciando a me e alla bambina un fardello troppo grande. Alla fine, grazie al mio angelo, al mio unico grande amore femminile, io e mia figlia siamo riuscite a scappare, lasciandoci dietro tutto e tutti.

Ma non sono stati periodi felici o semplici nemmeno una volta fuori dalla sua portata. Ho vissuto con il suo fantasma per mesi, ho continuato a dormire chiusa a chiave in camera da letto. E quel ceppo di coltelli, quello che adesso il mio angelo in gonnella custodisce per me, è stato il mio miglior amico per mesi e mesi e mesi. Era lui il mio compagno. Dormivano insieme, io lui e la bambina.

La battaglia per l’affidamento di Maria poi è stato tutt’altro che facile. Sono state dette bugie e falsità in tribunale, che ovviamente sono state smontate (le bugie, si sa, hanno le gambe corte), ma che sul momento mi hanno generato rabbia, tanta rabbia. Rabbia che si andava ad accumulare a tutta quella che già avevo dentro.
Orari di lavoro che non potevano collimare con una bambina di soli due anni. La vedevo arrivare,  poi ripartire,  poi ritornare,  poi riandare via. È stato straziante.

Anche se non ero sola a vivere tutte queste brutture il fardello lo si porta da soli, non lo si può dividere con nessuno. Non ci sono figure di nessun tipo che ti possano stare accanto in una strada cosi tortuosa (amici, compagni, parenti). C’è chi ti sta accanto e cerca di non farti cadere troppo rovinosamente, che ti aiuta a rialzarti, ma il peso non lo può smezzare con te, quello è solo tuo.

E così anche dopo aver vinto le tue battaglie, ti senti come se avessi perso, perché quelle battaglie sei convinta che non ti saresti mai dovuta trovare a combatterle. Perché sai che non sei mai stata cattiva con nessuno, sarai stata scontrosa, sarai stata acida e pure stronza,  ma non sei mai stata cattiva, sei stata leale, sei stata buona, hai aiutato chi tutto hai potuto … e ti sei trovata sola.

D’un tratto gli amici, o quelli che ritenevi tali, ti hanno abbandonata quando le cose si sono messe veramente male, ti hanno girato le spalle pur sapendo cosa stavi passando. Avevi un’agenda piena di numeri da chiamare e improvvisamente non puoi più chiamare nessuno. Perché certe situazioni non  solo ti logorano dentro, ma chissà perché ti fanno pure terra bruciata intorno,  anche se tu non hai fatto niente. Credevi che avresti avuto tante spalle sulle quali piangere e invece te ne rimane solo una che hai accanto da anni (almeno è rimasta lei) e la spalla di quela che sei sicura possa essere una figura importante nella tua vita e in quella di tua figlia , ma entrambe sono lontane.

I parenti poi no. Chissà perché a quelli preferisci sempre lasciarli fuori finché puoi. Non vuoi dare preoccupazioni, dispiaceri. E poi hai vergogna anche, si, vergogna per gli errori che hai fatto. (Senza contare che hai vissuto con un mostro a casa che ti diceva che era solo colpa tua, ed era pure convincente). Quindi doppia fatica. Sopravvivere e fare pure finta di niente. Ma tanto poi lo vengono a sapere e tutta quella fatica va sprecata.

Ti stampi una faccia perennemente sorridente. Sarà per questo che adesso voglia di sorridere non ne ho più tanta, lo faccio solo se veramente lo sento dentro. E per sentirlo devo provare una pace interiore difficile da raggiungere, una tranquillità che ha dell’impossibile e mi devo sentire sicura in tutti i modi possibili ed immaginabili. Ah, e devo avere la casa in ordine. Chissà perché quando vivi situazioni di merda diventi fissata per la casa, come se pulire casa tua ti aiutasse a pulire la tua vita. Come se buttare cose inutili fosse uguale a buttare un marito che non serve a niente. E poi ti rimane. La fissazione per la casa intendo, e se quella non è in ordine tu non sei tranquilla. Tutt’ora al primo nervoso metto in ordine.

Poi incontri di nuovo l’amore,  quello che ti sta accanto,  quello che cerca veramente di aiutarti, che cerca di capirti, di starti vicino in tutti i momenti più belli e più brutti delle tue giornate.
Ma ti rendi conto che qualcosa di te si è rotto. C’è qualcosa dentro di te che non potrai più aggiustare. Quel qualcosa che ti faceva brillare gli occhi, che ti faceva avere una risata fresca, genuina. È come se vivessi con le briglie sempre in tensione, sempre frenata. Una sindrome da animale ferito e scampato alla morte che rimane tutta la sua vita guardingo e rintanato nella sua tana.  Ti ritrovi a rivivere mille volte le situazioni già vissute, se qualcuno alza la voce o si avvicina troppo diventa un nemico, il tuo spazio vitale è talmente sviluppato che due centimetri troppo avanti all’interno di esso diventano una minaccia. Col tempo sviluppi un fastidio generale per le persone. Se qualcuno ti mette una mano nella spalla vorresti ucciderlo, se quando discuti qualcuno si avvicina gli daresti direttamente un cazzotto in faccia, qualsiasi discussione, se pure futile, ti fa saltare i nervi e cominci a urlare tanto da graffiarti la gola e sentirla bruciare. Se le cose non vanno come dici tu è un affronto. Scoppi d’ira incomprensibili, che si placano solo dopo aver urlato, spaccato tutto, vomitato ogni cattiveria sia utile a ferire, a distruggere. E l’unica cosa che poi ti rimane è un senso di vuoto e una voglia di scappare il più lontano possibile. E non ci sono modi per riprenderti. I tuoi tempi sono lunghi,  hai bisogno di tranquillità. La frase poi, è colpa tua, non la reggi proprio più. Ti ributta nel baratro. Per questo ci si dovrebbe circondare solo di persone che possono capire.

Mi hanno detto che se riuscissi a lasciare andare, a perdonare,  a non provare rancore, tutto questo piano piano andrebbe via. Ma io non ne sono capace. Insegno alle mie figlie un modo di reagire completamente diverso dal mio, ma io non posso farlo. Non posso perdonare un fantasma che ancora mi perseguita anche sotto la doccia quando, chissà perché,  un pensiero stupido mi ricatapulta al passato. Continuo a vedermi chiusa in camera, continuo a rivivere momenti assurdi e probabilmente non riesco a perdonare prima di tutto me stessa per aver permesso che certe cose accadessero. Per non essere stata abbastanza forte, per non aver detto i miei no, per aver fatto decidere ad altri della mia vita, per aver fatto finta di niente quando dentro di me sentivo che qualcosa non andava, per essermi fidata, per esser stata una perfetta imbecille.  Lo avrei dovuto uccidere, oppure lo avrei dovuto chiudere nel bagno e farlo morire dissanguato quando si è tagliato le vene lasciandomi per sempre impresso nella memoria quella scena assurda. Magari adesso starei meglio. Credo che avrei superato meglio una legittima difesa col mio amico ceppo o una omissione di soccorso. Credo. Probabilmente. Non lo so.

Quello che so è che, tornando indietro, terrei mia figlia ma cambierei tante piccole cose che probabilmente mi avrebbero portato ugualmente dove sono ora, ma con la Tiziana di prima, quella che mi piaceva di più,  quella che ogni tanto sembra esserci ancora, ma si nasconde troppo in fretta per darmi la speranza che ancora la sotto veramente ci sia.

E poi c’è la parte peggiore. La parte dove nessuno riesce a capire cosa ti passa per la testa, nessuno capisce perché sei taciturno,  nessuno capisce i tuoi sbalzi d’umore, perché loro non vedono quel fantasma che vedi tu, nascosto dietro ad una porta con un coltello in mano. E quindi devi convivere anche con quello. E ovviamente non lo racconti, perché ti direbbero di stare tranquilla,  ti direbbero che esageri, ti direbbero che è passata. Ma non è vero. Non passa mai. E solo chi ha vissuto la stessa cosa lo può capire.

E poi mi chiedo il perché di ansia, dolori al petto,  sensazione di non essere mai apposto, scatti d’ira,  e quant’altro. Già. Chissà perché.

Guardo le mie figlie, che insieme al mio compagno sono ciò che ho di più caro al mondo, e giuro a me stessa che farò di tutto perché a loro certe situazioni non debbano mai capitare. Mai.

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4 thoughts on “Riflessioni.

  1. La tristezza ke fuoriesce dalle tue parole ty è pari alla tua forza. Hai sofferto tanto quanto hai combattuto ed è questo a fare la differenza, e questo ke fa quello di te quello che sei oggi. Hai passato uno degli incubi peggiori che una donna ed una madre potrebbe, ma nn dovrebbe, mai passare. Ma ty dall’incubo, anche se ne porti gli strascichi, ti sei svegliata… Ed io, anche se ti conosco poco, sono molto orgogliosa di te e ti ammiro, ti ammiro enormemente per la tua forza, il tuo coraggio ma nn quello di ieri quello di oggi, quello che ti ha reso dinuovo una compagna, una madre ed una donna capace e alla fine indipendente. Perché se nn fossi una donna indipendente non saresti mai fuggita da quell’incubo…. Sei una grande persona e sei un ottimo esempio X le tue figlie e X chi come me ha la fortuna di averti conosciuta. Un abbraccio immenso

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